sabato 9 agosto 2008

Lettera aperta al Papa

Oggi, 25 luglio 2008, la Chiesa cattolica celebra il 40º anniversario della Humanae Vitae, su cui le gerarchie cattoliche hanno fondato la politica di opposizione alla contraccezione, che ha avuto effetti catastrofici sui poveri e i deboli di tutto il mondo, mettendo in pericolo la vita delle donne ed esponendo milioni di persone al rischio di contrarre l’HIV.
Quando Papa Paolo VI, nel 1968, consolidò la proibizione della contraccezione da parte delle gerarchie cattoliche, ignorò il parere di un gruppo di esperti scelti da lui stesso.
Quel gruppo di esperti, la Commissione sul Controllo delle Nascite, aveva votato a grande maggioranza la raccomandazione che la Chiesa abrogasse la proibizione della contraccezione artificiale, affermando che non era “intrinsecamente malvagia” e che le precedenti posizioni in materia non erano infallibili.
Sebbene Papa Paolo chiamasse 15 vescovi per la produzione del rapporto conclusivo, anche questi si fecero convincere dalla logica degli argomenti a favore della contraccezione, votando a favore della nuova posizione.
Venne preparato un “rapporto di minoranza”, nel quale si affermava che la dottrina sulla contraccezione non poteva cambiare, non per una qualche ragione specifica, ma perché le gerarchie cattoliche non potevano ammettere di essersi sbagliate: «La Chiesa non può cambiare la propria risposta, perché tale risposta è vera… È vera in quanto la Chiesa cattolica, istituita da Cristo… non avrebbe potuto sbagliare così gravemente per tutti i secoli della sua storia». Il documento proseguiva affermando che se le gerarchie avessero ammesso di essere state in errore su questo punto, la loro autorità sarebbe stata messa in discussione su tutte le “questioni morali”.
La Humanae Vitae continua a essere fonte di grandi conflitti e divisioni all’interno della Chiesa. Cattolici e non cattolici continuano a subire le conseguenze di questa devastante politica delle gerarchie cattoliche.
Gli effetti di questa proibizione sono stati particolarmente disastrosi nel sud del mondo, ove le gerarchie cattoliche esercitano una considerevole influenza sulle politiche di pianificazione familiare di numerose nazioni, ostacolando la messa in atto di buone politiche di sanità pubblica sulla pianificazione familiare e la prevenzione dell’infezione da HIV.
Tuttavia, la Humanae Vitae influenza le scelte di politica sanitaria pubblica anche nel nord del mondo. Quest’anno, l’azione di lobby della Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti sul Congresso statunitense è riuscita a far escludere vitali servizi di pianificazione familiare, volti a impedire la trasmissione dell’HIV da madre a figlio, dal Piano Presidenziale di Emergenza per l’AIDS.
È incontestabile che la Humanae Vitae ha mancato completamente l’obiettivo di convincere i cattolici a rinunciare ai moderni metodi contraccettivi. Studi condotti in tutto il mondo hanno rilevato che i cattolici fanno uso della contraccezione e appoggiano l’utilizzo dei preservativi come mezzo per arginare la diffusione dell’HIV. La proibizione è tuttavia riuscita a impedire a molte donne e uomini di tutto il mondo di avere accesso a metodi affidabili di pianificazione familiare e di ottenere preservativi.
Ci è chiaro che la Chiesa cattolica non potrà progredire fino a quando non avrà fatto onestamente i conti col paradosso della Humanae Vitae: la maggior parte dei cattolici fa uso di contraccettivi moderni, ritenendola una scelta morale e considerandosi cattolici a pieno titolo, eppure le gerarchie cattoliche negano completamente questa realtà, costringendo i sacerdoti al silenzio su questo come su molti altri temi legati alla sessualità. Questi ultimi 40 anni hanno visto l’irrigidirsi della posizione del Vaticano mentre il mondo passava a una visione diversa e più ampia della sessualità e del ruolo della donna nella società. Papa Paolo VI non riuscì a invertire la marcia dei tempi 40 anni fa, ed è improbabile che un altro papa possa riuscirci in futuro. Ma fin quando le gerarchie ecclesiastiche continueranno a provarci, molti, e in particolare molte donne nei paesi più poveri, continueranno a soffrire.
Papa Benedetto, noi La invitiamo a sfruttare questo anniversario come occasione per avviare un processo di riforma, restando fedele agli aspetti positivi della dottrina cattolica sulla sessualità e abrogando la proibizione sulla contraccezione onde consentire ai cattolici di pianificare la propria vita familiare in modo sicuro e in buona coscienza.

Catholics for Choice – A Critical Mass: Women Celebrating Eucharist – USA Association for the Rights of Catholics in the Church – USA Call to Action – USA Catholic Women’s Ordination – UK Catholics for a Changing Church – United Kingdom Catholics for a Free Choice – Canada Catholics for the Spirit of Vatican 2 – USA Católicas pelo Direito de Decidir – Brasil Católicas por el Derecho – a Decidir – Bolivia Católicas por el Derecho a Decidir – Buenos Aires Católicas por el Derecho a Decidir – Chile Católicas por el Derecho a Decidir – Colombia Católicas por el Derecho a Decidir – Córdoba Católicas por el Derecho a Decidir – El Salvador Católicas por el Derecho a Decidir – España Católicas por el Derecho a Decidir – México Católicas por el Derecho a Decidir – Nicaragua Católicas por el Derecho a Decidir – Paraguay Centro Bartolomé de las Casas – El Salvador Chicago Women-Church – USA Chrétiens sans Frontières de Gironde – France Colectivo Rebeldía Santa Cruz – Bolivia Comité Oscar Romero – Chile Comunidad Santo Tomás de Aquino – Spain CORPUS, National Association for an Inclusive Ministry – USA David et Jonathan—Association Homosexuelle Chrétienne Ouverte à Tous – France Demain l’Eglise – France Dignity USA Droits et Libertés dans les Eglises/Femm es et Homm es en Eglise – France Espérance 54 en Meurthe et Moselle – France European Forum of LGBT Christian Groups European Network Church on the Move Gehuwd en Ongehuwd Priesterschap – Netherlands KerkHardop – Netherlands Landelijk Koördinatie Punt Groepen Kerk en Homoseksualiteit – Netherlands Mandragora/Netmal – Brazil Mariënburgvereniging – Netherlands Movimiento También Somos Iglesia – Chile National Coalition of Am erican Nuns – USA New Ways Ministry – USA Noi Siamo Chiesa – Italy Nos Somos Igreja – Portugal Nous Somm es Aussi l’Eglise – France Pax Christi Maine – USA Plein Jour – France Red Latinoamericana de Católicas por elDerecho a Decidir Réseaux Résistances – Belgium Roman Catholic Women Priests – Europe-West Roman Catholic Women Priests – Canada Est Roman Catholic Women Priests – Canada West San Francisco Bay Area Women-Church – USA Southeastern Pennsylvania Women’s Ordination Conference – USA Stichting Kerk Hardop – Netherlands Stichting Magdala—Voor Vrow en Priester – Netherlands Voice of the Faithful/New Jersey – USA Werkplaats voor Theologie en Maatschappij – Belgium Women’s Alliance for Theology, Ethics and Ritual (WATER ) – USA Women’s Ordination Conference – USA Women-Church Baltimore

martedì 5 agosto 2008

Eluana non appartiene a Ratzinger

La frase del giorno (da destra): "Denunciamo e respingiamo l'esproprio da parte della magistratura della funzione legislativa propria del Parlamento".
L'altra frase del giorno (da sinistra): "Un fermo no a qualsiasi forma di eutanasia. Vogliamo Eluana viva."

Bisogna sapere che circa 500 membri della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana il giorno 31 luglio, ultima ora di una giornata carica di impegni arretrati come in uno di quegli uffici cari a Brunetta (sono stati approvati e trasformati in legge trattati firmati nel 1999, nel 2002, nel 2005 con paesi che avevano approvato quel trattato il mese dopo e che avranno già dimenticato di avere un impegno con l'Italia), hanno pensato bene di dedicare un'oretta frivola, fatta di dichiarazioni senza senso e di finte declamazioni su diritto alla vita, alla questione Eluana Englaro.

Quale questione? La Corte di Cassazione ha sentenziato che il padre di Eluana può chiedere ai medici di interrompere il sostegno forzato a una irreversibile stato vegetativo che dura da sedici anni. Come respingere una sentenza di civiltà? C'è un percorso. Folle, ma c'è.

S'intende che si sono ascoltate macabre arringhe del Popolo della Libertà (pronunciate a Montecitorio da ex avvocati di seconda fila e non da clinici al capezzale) secondo cui, dopo quasi due decenni, la destra prevede e si aspetta il risveglio. Ma l'espediente è il seguente: è vero che Camera e Senato, la sua destra, e i suoi crudeli credenti di destra e sinistra, non hanno mai legiferato, e che anzi, una maggioranza trasversale di deputati e senatori Vaticani, ha impedito tutto in materia di fine della vita, compreso il Testamento Biologico, attraverso la trovata di bollare tutto come "eutanasia".

Ma questo Parlamento non solo esige il blocco di ogni legge. Esige anche il blocco di ogni sentenza. Ovvero io non faccio la legge. E tu - Giudice - devi dire: "Che peccato, io l'avrei una decisione da prendere per una simile tragedia che inchioda il padre per sedici anni al capezzale della figlia spenta per sempre. Ma non posso farne una sentenza perché loro (deputati e senatori) non hanno voluto farne una legge. E io, senza legge, non parlo".

In questo modo il blocco dura per sempre. E il Santo Padre è servito. Solo quello che dice Lui è legge. Per gli altri basta astenersi e tacere. E per chi cade nella tragedia di Eluana e del padre di Eluana, fatti loro. Ci mancherebbe che deputati e giudici debbano farsi carico dei dolori del mondo. E così una danza macabra ha avuto luogo a metà giornata nell'Aula della Camera dei Deputati, il 31 luglio.

Invano qualche laico e qualche giurista hanno tentato di riportare il Parlamento a un comportamento più decoroso. La vergogna infatti sta nell'idea di un Parlamento - Camera e Senato - che denuncia un giudice e la sua sentenza alla Corte Costituzionale con l'espediente: niente legge (non la faremo mai), niente sentenza (benché il giudice abbia avuto il coraggio di farla ispirandosi ai fondamenti del diritto della Costituzione e della civiltà democratica).

La vergogna sta nella conclusione. Dopo il Senato anche la maggioranza della Camera ha votato la denuncia di una sentenza civile e coraggiosa di un giudice che ha scelto di dire "Qui qualcuno deve decidere. Basta gioco sul dolore".

Ma la vergogna continua quando si apprende che anche la Procura Generale ha impugnato la sentenza, bloccandone l'esecuzione (il Parlamento non poteva) facendo proprie, alla lettera, le ragioni vaticane della Chiesa e del Parlamento, stessi concetti, stesse parole.

La lezione è tremenda. Dice in modo perentorio "ERGA OMNES":
NON ILLUDETEVI.
NON C'E UNA CIVILE VIA D'USCITA.
NON IN ITALIA.
NON OGGI.

di Furio Colombo

mercoledì 23 luglio 2008

Documento dei 4 Atenei della Emilia - Romagna contro i tagli del Governo all'Università

Noi non comprendiamo perché da qualche anno l'università venga considerata diversa rispetto al mondo della ricerca. L'università italiana è la sede primaria della ricerca non soltanto perché così vuole la legge, ma soprattutto perché questo corrisponde ad un dato di fatto, giacchè la grande maggioranza della ricerca scientifica nazionale è frutto del lavoro delle università.
Si tratta, per altro, di ricerca di qualità, come è testimoniato dai confronti internazionali sulla produttività scientifica dei nostri ambienti di ricerca e dai riconoscimenti dei valutatori stranieri. Tagli di bilancio così radicali come quelli previsti potrebbero produrre effetti disastrosi sulla nostra collocazione internazionale, sull'accesso dei giovani al mondo della ricerca, sulla fuoruscita in massa dei nostri migliori talenti, sulle condizioni stesse per uscire dalla crisi in cui si trova il Paese.
Ci sono limiti al di là dei quali la riduzione delle risorse disponibili generano soltanto la sensazione di un risparmio: ma di sola sensazione si tratta, se ciò che rimane non è in grado di assicurare la gestibilità e l'efficacia minima dell'intero sistema. Questa è la condizione che si dovrebbe prevedere dal 2010 in avanti.
Da quel momento non ci saranno più università virtuose poiché la forte riduzione del FFO a fronte di un incremento continuo della spesa per il personale porterà i bilanci di tutti gli atenei a varcare il limite del 90%. Paradossalmente la riduzione del FFO dovrebbe essere accompagnata da una riduzione della contribuzione studentesca.
Il contributo che in questi ultimi anni le università sono state chiamate a fornire al risanamento dei conti pubblici è stato rilevante: riduzione dei fondi PRIN, sostegno all'Alitalia, contratto degli autotrasportatori e soprattutto l'assorbimento, totale o parziale, del maggior costo annuo del personale che ha letteralmente messo in ginocchio i bilanci universitari. Sorprende la penalizzazione del trattamento economico del personale universitario che diviene insostenibile per il personale tecnico-amministrativo e per i ricercatori.
Ci siamo resi conto, ad esempio, che l'avere adottato una decisione così opportuna, in linea di principio, come quella dell'aumento delle borse per i dottorati di ricerca, senza avere calcolato che le risorse aggiuntive previste erano largamente insufficienti a sostenerla potrebbe dar luogo all'effetto contrario per l'impossibilità delle università di farvi fronte?
La questione del finanziamento del sistema universitario nazionale va affrontato sì con decisione ma anche con chiarezza di prospettive, di indicazioni politiche e di valutazioni sul ruolo che il nostro Paese intende giocare sulla scena internazionale. Essa va affrontata con l'obiettivo della riqualificazione della spesa degli atenei e non al solo scopo di costituire comunque e indiscriminatamente risorse da apportare all'alleggerimento del bilancio nazionale.
In questi ultimi tempi molti atenei hanno bilanciato l'incremento dei costi con interventi di contrazione del turn-over. Ora i risparmi della fortissima contrazione prevista verranno sottratti ai bilanci universitari, la cui composizione diventerà una impresa impossibile.
Nessuno nega che nel sistema universitario italiano vi siano spazi per ridurre gli sprechi. Le Università dell'Emilia-Romagna, in questi ultimi 10 anni, hanno responsabilmente affrontato questo problema e nel contempo hanno iniziato un'intensa attività a sostegno dell'innovazione e dello sviluppo territoriale, avviando processi che potrebbero essere lesi da questo quadro di restrizioni.
Appare inoltre evidente che le Università dell'Emilia-Romagna, che sono tra le più attrattive di tutto il Paese e che si sono segnalate per la qualità della loro offerta didattica e della ricerca scientifica, potrebbero venire profondamente segnate da tagli indiscriminati, che necessariamente porteranno a dover ridefinire il costo d'accesso alle università per gli studenti e per i servizi educativi.
Il risparmio va coniugato con la riqualificazione della spesa e gli interventi non possono colpire indiscriminatamente, senza alcuna attenzione cioè a chi ha gestito in questi anni le proprie risorse in modo responsabile.
Noi proponiamo che le riduzioni del FFO previste dal comma 13 dell'art. 66 siano destinate al conseguimento degli obiettivi di cui all'art. 2, comma 429 della L. 244/2007:
- elevare la qualità globale del sistema universitario e il livello di efficienza degli atenei
- rafforzare i meccanismi di incentivazione per un uso appropriato ed efficace delle risorse, con contenimento dei costi di personale a vantaggio della ricerca e della didattica
- accelerare il riequilibrio tra gli atenei
Al di là di queste proposte occorre prendere la strada di un vero patto di sviluppo e di riequilibrio tra Governo e sistema universitario. E' un patto che dovrebbe essere discusso nell'ambito Stato-Regione. In un periodo compreso tra 3 e 5 anni, si può offrire agli atenei più in difficoltà la possibilità di riallinearsi, e agli atenei oggi più solidi l'opportunità di mantenere e sviluppare i loro punti di forza. E' possibile farlo, il sistema non può più vivere senza un patto virtuoso del genere. Distribuendo lo sforzo di cambiamento lungo un periodo di pochi anni, è possibile fissare per gli atenei impegni precisi, monitorabili e individualizzati di riequilibrio e di sviluppo.
Il nostro Paese ha bisogno da tempo di un programma nazionale che punti a sostenere il ruolo sociale dell'università e il collegamento tra università e società e a integrare in un unico quadro i punti forti dello sviluppo di un paese avanzato: l'educazione, la ricerca e il trasferimento della conoscenza.
Proponiamo al Governo, in primis al Ministro per l'Università, l'apertura urgente di un tavolo nazionale di discussione e di progettazione degli interventi, in accordo e con la collaborazione con la CRUI. Abbiamo accolto con fiducia l'intervento del Ministro di venerdì 18 e la volontà espressa di aprire un tavolo di consultazione con CRUI, CUN e CNSU su cinque grandi missioni tra cui premiare le università "virtuose" in termini di qualità della ricerca e della didattica.
Chiediamo sia riconosciuta al sistema universitario la possibilità di andare oltre la giusta protesta per i tagli di bilancio, per individuare le misure concrete di sviluppo e di riequilibrio.
Non ci sembra lungimirante deprimere irreversibilmente ciò che necessariamente saremo chiamati a ricostruire dalle fondamenta.
Lo sviluppo del Paese dipende largamente dalla crescita delle attività ad alta tecnologia e dall'innalzarsi delle capacità di produzione culturale e quindi dall'alta formazione e dalla ricerca avanzata in tutti i campi delle conoscenze. Le esperienze realizzate dalle Università dell'Emilia-Romagna, i risultati ottenuti in tema di trasferimento tecnologico e avanzamento culturale, la vastissima rete internazionale di cui i nostri atenei sono parte trainante impongono una responsabilità che va ben oltre le mura delle nostre università. E' in gioco lo stesso futuro del nostro Paese.
In questo quadro, gli atenei della Regione Emilia-Romagna sono pronti a discutere questa prospettiva di uscita dall'emergenza, progettando insieme quel mix di collaborazione e competizione senza il quale difficilmente si uscirà con successo da questa difficile situazione.
Con questa riunione straordinaria congiunta abbiamo voluto testimoniare il ruolo che il sistema universitario dell'Emilia-Romagna intende, oggi, giocare per il futuro della Regione e del Paese, un ruolo di indispensabile protagonista dello sviluppo che passa attraverso le nostre funzioni: formazione, ricerca e trasferimento della conoscenza.

sabato 19 luglio 2008

Eluana, l’arroganza dei falsi esperti

Leggo il Corriere della Sera da molti anni e ho resistito imperterrito al suo ondivagare politico, alle sue cadute di stile e di gusto e persino a alcuni atti di maleducazione nei miei confronti. Una lettera come quella di Adriano Celentano sul caso Englaro, però, non l'avevo mai vista pubblicare. Penso che se fossi il Buondio mi sentirei in dovere di scrivere due righe all'autore della nefasta missiva («la ringrazio per l'affettuosa collaborazione, purtroppo ragioni di forza maggiore mi costringono a rinunciare ai suoi servizi...»). Non ce l'ho con Celentano ma con chi ne pubblica le confabulazioni e c con quella moltitudine di cittadini che per la semplice ragione di essere convinti dell'esistenza di un misterioso e poco benevolo essere supremo, vogliono imporre a altri (altrettanto numerosi) cittadini che non hanno il dono della fede, una serie di impressionanti limitazioni (alla loro libertà, ai loro diritti, alla loro dignità) sulla base di una improvvisata, improbabile, querula razionalità. Parliamone. Il quesito fondamentale che tutti si pongono è a chi appartengono vita e esistenza. La vita non è di nessuno, è e basta; a chi appartenga l'esistenza dipende invece dal punto di vista da cui le si attribuisce valore, perché è solo a seconda della quantità di questo valore che ci preoccupiamo del suo destino. Da uomo laico, sono interessato a essere libero di esistere, perché da questa libertà ne discendono altre, come quella di scegliere modo e momento di porre fine alla mia esistenza: perché il problema di un uomo laico è comunque sempre e soprattutto la libertà, se è vero che la laicità rappresenta l'atteggiamento intellettuale di chi considera essenziale la libertà di coscienza, intesa come libertà di credenza, conoscenza, critica e autocritica. Su questo tema, a chi appartenga la nostra esistenza ci riveliamo per quello che siamo, degli stranieri morali. Se l'esistenza ci è stata donata, prestata o data in enfiteusi, dobbiamo risponderne a qualcuno. Se è nostra, abbiamo diritto di disporne, compatibilmente con i debiti che abbiamo contratto con la società: perché se non esiste un traghettatore con il quale cercare un accordo, il problema è unicamente nostro, ce la dobbiamo sbrigare da soli. Ma qual è l'elemento più importante della nostra esistenza, quello al quale attribuiamo il maggior valore? La vita in sé, perché sacra e inviolabile e che dobbiamo rispettare e accettare comunque sia, qualsiasi cosa ci faccia, senza poterla ritenere responsabile delle nostre sofferenze? O possiamo apprezzarla diversamente e valutarla in rapporto a quanto ci concede? E cosa ci aspettiamo da lei per poterle assegnare un valore? Dignità? Qualità? E' una scelta complessa e non facile, l'unica cosa certa è che non c'è possibilità d'accordo su questo tema tra credenti e non credenti: è qui che entrano in campo le isole per stranieri morali perché ognuno di noi deve poter scegliere in assoluta libertà e lo stato questa libertà la deve garantire. L'alternativa, il prezzo che potremmo pagare è il conflitto sociale, la guerra di religione. Quando cerchiamo un rapporto «umano» con le altre persone, quando entriamo in comunicazione con loro, lo facciamo chiedendo alle nostre esistenze di dialogare. Non credo che qualcuno di noi dia particolare rilievo a come funziona l'intestino dei nostri amici: essi esistono perché sono in grado di pensare, comunicare, entrare in relazione con gli altri, soffrire e gioire, mettere in campo le proprie capacità cognitive; quando tutte queste capacità scompaiono per sempre, noi siamo costretti a ammettere che il nostro amico ha abbandonato il suo corpo, non lo abita più. Che in quel corpo ci sia ancora vita, che l'intestino abbia ancora movimenti peristaltici, che produca gas e feci, che la barba continui a crescere, sono epifenomeni della presenza di barlumi di vita ai quali non attribuiamo alcun valore, eventi che non ci aiutano neppure a considerare con minor dolore il fatto primario, il nostro amico ci ha lasciato, in quel corpo non abita più nessuno. Di quel contenitore vuoto la società può fare molte cose: è auspicabile che si comporti seguendo i desideri e le istruzioni espressi in vita dal nostro amico. Il rifiuto delle cure, se espresso da una persona capace di intendere, è un diritto protetto e garantito dalla Costituzione, non può essere messo in dubbio. Nel caso di Eluana Englaro si tratta però di sospendere cure già in atto, e il problema si connota subito per l'interferenza di argomenti pretestuosi e sgradevoli. Poiché nessuno ha il coraggio di dichiarare che esiste per Eluana una benché minima probabilità di ritorno allo stato cosciente (anche se di tanto in tanto qualcuno ha la faccia tosta di buttar là l'ipotesi di un sempre possibile miracolo), l'oggetto del contendere è diventata l'interpretazione del significato dell'alimentazione e dell'idratazione artificiali: atti medici o forme di assistenza ordinaria? Il Comitato nazionale per la bioetica ha votato a maggioranza (18 voti contro 8) un documento in cui si afferma che nutrire e idratare le persone in stato vegetativo persistente costituisce una forma di assistenza ordinaria di base e proporzionata, un segno di civiltà, un atteggiamento che assume un forte significato umano (immagino che entri come sempre in ballo la pietà, i cattolici sono monomaniaci) e simbolico, qualcosa che ha a che fare con la dimostrazione di «sollecitudine per l'altro». E sospendere l'alimentazione e l'idratazione artificiali ai pazienti in stato vegetativo persistente (come la signora Schiavo, che tra l'altro non aveva in pratica più il cervello, come provato dall'autopsia) è illecito. Qui si pone un problema molto serio. Tutto il mondo scientifico, tutte le società mediche che si occupano di questi temi sostengono che alimentazione e idratazione artificiali sono veri e propri atti medici che sottendono sofisticate e complesse conoscenze scientifiche e che solo i medici possono elaborare e mettere in atto. Chiedo a tutti questi esperti di fisiopatologia della nutrizione: chi vi dà il diritto di contestare la medicina e la scienza? Ritenete forse che ubbidire alle istruzioni del vostro Magistero giustifichi questa vostra sgradevole e odiosa arroganza? Chi vi autorizza a pontificare (!) su temi dei quali non sapete niente, con l'unico scopo di rivestire di sentimentalismi sciropposi le vostre personali opinioni? Questa è materia di sofferenza, che merita compassione, non vi sembra odiosa la sceneggiata con le bottiglie d'acqua minerale? Lo so, mi sono arrabbiato, non avrei dovuto: ma tollerare un Celentano mi è ancora possibile, mille Celentani no, proprio non ce la faccio. E poi questa opinione di molti cattolici sul significato dell'alimentazione, il fatto che si indichi, nel darmi da mangiare e da bere (anche nel modo così terribilmente tecnologico dei reparti di rianimazione), l'espressione del riconoscimento della mia umanità, mi insospettisce un po'. Non credo che accetterò mai un invito a cena da parte di Francesco D'Agostino, non vorrei che decidesse di nutrirmi per via intravenosa (o peggio).

di Carlo Flamigni

martedì 1 luglio 2008

“Oh no, ancora!”. Il duro editoriale del Financial Times contro Berlusconi

Silvio Berlusconi è al potere in Italia da quasi 50 giorni. Vedere il suo nuovo governo in azione è un po’ come sedersi a guardare ancora una volta un vecchio brutto film. Quando il leader di Forza Italia governò l’Italia dal 2001 al 2006, investì troppo tempo a legiferare per proteggere se stesso dalle inchieste e troppo poco per riformare la stagnante economia italiana. Ovviamente è troppo presto per esprimere giudizi netti. Ma l’ultima uscita di Berlusconi al governo ha già i tratti di un nuovo show dell’orrore.
Ancora una volta il 71enne premier investe molta della sua energia politica a legiferare per proteggersi dagli inquirenti italiani. Vuole passare una legge che sospenderebbe per un anno la maggior parte di casi giudiziari i cui reati comportano più di dieci anni di condanna. Se questa legge passasse farebbe naufragare un processo fissato per il prossimo mese nel quale Berlusconi è accusato di aver pagato 600.000 dollari al suo avvocato britannico David Mills. L’opposizione – non c’è bisogno di dirlo - l’ha ribattezzata “legge salva premier”.
Berlusconi non si ferma qui. Sta anche cercando di introdurre una legge che darebbe immunità dalle inchieste giudiziarie alle più alte cariche dello Stato, incluso lui stesso. Una legge siffatta sarebbe impensabile nella maggior parte dei paesi occidentali ed era stata ritenuta incostituzionale dalla Corte Costituzionale italiana l’ultima volta che Berlusconi cercò di introdurla nel 2004. Ora che Berlusconi è tornato al governo ci riprova.
Tutto ciò sarebbe di modesto interesse se Berlusconi spendesse la stessa energia per riformare la stagnante economia italiana. Ma pure su questo fronte i timori crescono. L’ultima volta che era al potere, uno dei peggiori errori fu di lasciare che il deficit e il livelli del debito uscissero fuori controllo. Ci si domanda se stiamo per assistere allo stesso scenario.
Il governo Berlusconi la scorsa settimana ha introdotto un piano finanziario che vedrà crescere il rapporto deficit pubblico/pil dall’1.9% del 2007 al 2,5% nel 2008. Un aumento che potrebbe essere giustificato dalla scarsa crescita economica, ma ancora non si vedono segnali che questo governo voglia mantenere una stretta sulla spesa pubblica.
Per il bene dell’Italia le cose devono migliorare da qui. Il paese ha uno dei tassi di crescita più lenti dell’eurozona. Ha bisogno di un’azione di governo seria e responsabile per far ripartire l’economia. Mercoledì scorso Berlusconi ha detto che i pm italiani l’hanno sottoposto ad un interminabile “calvario”. Ma l’unico calvario di questa vicenda è quello patito dall’Italia, che necessita di un drastico cambiamento del suo destino politico ed economico.


mercoledì 18 giugno 2008

Il modello europeo del 3+2 era una menzogna italiana

Da noi può succedere - come ci racconta Luciano Canfora - di varare un’intera riforma universitaria basata sulla laurea breve (3+2) allo scopo urgente e improcrastinabile di «adeguarci all’Europa», per poi scoprire che in Europa la consolidata realtà del 3+2 non c’era mai stata. Questi curiosi fenomeni visionari non sono, per la verità, infrequenti. Quale Europa conoscono i nostri giornalisti e i nostri politici? La questione è molto seria. Saper leggere nell’immaginario europeo della stampa italiana costituisce un passaggio essenziale nella Bildung del cittadino consapevole. Nel lontano 1994, studente all’università tedesca di Freiburg, mi capitò di leggere su “La Repubblica” un articolo di Miriam Mafai che perorava la causa dell’aumento delle tasse universitarie, per adeguarci, naturalmente, all’Europa. Con stupore lessi che, secondo la Mafai, «l' università italiana può vantare tre record in Europa: le tasse più economiche, i servizi più scadenti, il più basso tasso di efficienza. Le tasse universitarie oscillavano, fino al 1993, tra le trecento e le seicentomila lire: in nessun paese d' Europa (non parliamo poi degli USA !) si paga così poco per frequentare l'Università». (La Repubblica, 23.9.’94). Parole chiare e perentorie. Ricordo che allora questo genere di interventi riscuotevano unanime consenso. Da qualche tempo si era aperto «il dibattito nel Paese» sull’aumento delle rette universitarie. Si alternavano le posizioni. «Dobbiamo proprio adeguarci all’Europa?», si chiedeva qualcuno. E un altro gli rispondeva di sì, non senza dargli del fesso retrogrado. Ma può essere proprio la sinistra a voler aumentare le tasse universitarie? Certo! si rispondeva: aumentandole si va incontro (come non capirlo?) alle classi meno abbienti. Infatti, per prendere ancora la Mafai, che ripeteva un argomento allora molto in voga, «sono sempre gli stessi gruppi sociali che accedono all' Università, a spese, però, della collettività e di quei lavoratori dipendenti che pagano le tasse e i cui figli si iscrivono alle liste di collocamento appena finita la scuola media». Escluderli definitivamente, senza però ridurre, sia chiaro, le tasse che i loro padri hanno continuato a pagare per tutti, serviva, dunque, secondo questa tesi, a riparare un torto e a ridurre l’effetto perverso del nostro Stato sociale, «ammettendo, sia pure con qualche difficoltà che anche l'istruzione universitaria rientri nel Welfare». Così, per avvantaggiare i poveri, le tasse universitarie aumentarono e aumentarono. Delle tante facilitazioni per gli studenti che esistono in Europa non si vide, naturalmente, nemmeno l’ombra. Le università restarono, ovviamente, inefficienti. E anzi peggiorarono a vista d’occhio, per poi schiantarsi definitivamente dopo l’introduzione, da parte del centrosinistra, del 3+2 e di tutta l’annessa poltiglia di finte lauree brevi che sono servite solo come specchietto per le allodole, ovvero per incamerare le laute rette che gli studenti, ricchi e poveri, ma finalmente europeizzati, hanno dovuto pagare.Benvenuti in Europa? No. Perché in tutta Europa, e questa è la cosa davvero sconcertante, non esistevano allora – e quasi non esistono oggi – tasse universitarie! Capito? Le prime tasse, in Germania, si sono viste due anni fa. Nel lontano 1994, niente: tutto gratis. Per me, che studiavo nell’efficientissima università di Freiburg senza aver pagato nulla, seguire questo dibattito è stato rivelativo. La sinistra, quando Berlusconi era ancora agli albori del suo impegno politico, si era inventata da sola un’Europa severa e antisociale del tutto immaginaria. Ma a un certo punto la stampa nazionale cambiò misteriosamente registro. Il Corriere della sera (14 Ottobre 2003) si risolse a scrivere che Tony Blair, nonostante la tradizione inglese per la quale «la laurea, anche in prestigiosi atenei come Oxford o Cambridge, era sempre stata gratuita», aveva introdotto per la prima volta, con autentico cipiglio riformista, la possibilità di pagare delle rette di circa 1100 sterline annue. Dunque, anche in prestigiosi atenei come Oxford o Cambridge non si pagavano tasse d’iscrizione. E quale fondamento aveva allora lo psicodramma che anni addietro s’era celebrato in Italia? Si è forse fatto ammenda del fatto che il «dibattito nel Paese» è stato infarcito solo, nella migliore delle ipotesi, di sentito dire e di approssimazioni provinciali? No. Dovevamo prendere di nuovo esempio! Eppure, a guardare meglio, si sarebbe potuto credere di aver anticipato di qualche anno nientemeno che il riformismo di Blair. Abbiamo però sportivamente fatto finta di lasciare a Blair questo primato, forse anche per continuare ad offrire l’immagine di un’Europa da seguire, benché non la seguissimo affatto. E in realtà non l’abbiamo né seguita né anticipata. Quello che abbiamo fatto non ha semplicemente esempio in Europa. I dettagli qui sono importanti. La secondo riforma di Blair (che è riuscito a far passare nel gennaio del 2004 con uno scarto di quattro voti) porta la retta universitaria esigibile ad un tetto massimo di 3.000 sterline annue, ma - e questo è decisivo - gli studenti non debbono comunque versare del denaro all'inizio dei loro studi. I soldi delle rette devono essere restituiti allo Stato «entro quindici anni» dal conseguimento del titolo «e soltanto se si dispone di un reddito di almeno 15mila sterline l'anno. In pratica, se uno studente mette a frutto l'istruzione ricevuta e guadagna, salderà il debito; altrimenti non è costretto» (La Repubblica 25 Gennaio 2004). Si tratta di una misura che, come ognun vede, è cosa ben diversa dal mero innalzamento delle rette nostrano, perché non crea uno sbarramento economico in entrata. Inoltre, impone a quei professionisti che hanno studiato a spese di tutta la collettività (ma che possono poi chiedere parcelle esose) di contribuire al mantenimento delle università (e in modo, peraltro, sostenibile). Morale della favola, nonostante «il dibattito nel Paese» ci teniamo il 3+2, l’università più scassata, iniqua e baronale d’Europa, pagando in compenso un bel mucchio di soldi che in Europa, nella maggior parte dei casi, continuano a non pagare. Credo che questo fatto, non di piccolo rilievo, possa insegnarci molto, sia sulla «cultura» della sinistra italiana sia in generale sull’attendibilità della stampa. E quando ci dicono che così si fa Europa, informiamoci bene. Potremmo scoprire, come è toccato a Canfora, che è vero il contrario di quello che ci viene detto.

di Giovanni Perazzoli